C’è silenzio attorno a me

"C'è silenzio attorno a me" di Fabrizio Pucci

di Fabrizio Pucci

C’è silenzio attorno me. Viene rotto solo dalle voci dei vicini. Livorno, città casinista e indisciplinata, da giorni sta faticosamente tentando di virare su una modalità composta, dignitosamente sofferente. Sì, perché questo film dell’orrore nel quale tutti siamo – nostro malgrado –  protagonisti, trova nelle sue prime scene l’assunto di base: l’accettazione della sofferenza prodotta dalla pandemia. Sofferenza fisica per quanti sono contagiati. Sofferenza psicologica per tutti gli altri, carcerati nelle proprie abitazioni senza una valida o logica alternativa. C’è silenzio attorno a me. E ci sono i pensieri. Forse aveva proprio ragione Vico. La sua visione ciclica della storia è corretta. Cento anni dopo – o giù di lì – l’influenza spagnola, ecco una nuova pandemia. Una specie di peste che ha sbattuto noi – webgenerazione per eccellenza – indietro di quattro secoli tra nuovi untori, monatti e uno spazio purtroppo limitatissimo per la pietas umana.

Pure lei, diventata drammaticamente residuale dinanzi all’emergenza sanitaria che ci ha colto – ingenui che non siamo altro nel nostro vivere sopra le righe e nel nostro sentirci imbattibili – impreparati. C’è silenzio attorno a me e anche nelle vie del centro. Il tempo di uscire per fare la spesa e fotografare con gli occhi e con la mente le strade vuote. L’innaturalezza del niente. Dello sguardo che si volge a 360 gradi e nessuno intercetta. Città fantasma, forse. Perché se ci si spinge sul lungomare, lì, gente, ce ne sta. E qui diventa pure complicato andare a spiegare che è preferibile rispettare la consegna di restare a casa. Come fai a dire a una tartaruga di liberarsi della corazza? Impossibile. Come inibire la passeggiata a mare ai livornesi nel cui dna ribelle e sprezzante delle regole e – come direbbe qualcuno – dell’autorità costituita. C’è un vecchio adagio che ben descrive questa città: se vuoi far come ti pare, vai a Livorno. Ecco perché qui c’è anche chi resiste alla rovescia. Non resiste in casa, ma fuori. E lo fa presentando le più disparate scuse ai Vigili Urbani che li pizzicano a passeggio o a prendere la prima abbronzatura sul mare. Dopo tutto qui la stagione balneare ogni anno inizia proprio in questi giorni. E non c’è nemmeno da meravigliarsi perché nella città dei paradossi, dove la gente ha il sangue caldo e fa presto ad andare su di giri, dinanzi al sole i livornesi sono animali a sangue freddo: al primo tepore, via tutti sugli scogli. Però poi c’è silenzio attorno a me. E ci sono di nuovo i pensieri. E gli interrogativi che per ora non hanno risposta: quando finirà tutto questo? Come cambierà i rapporti umani il Covid 19 una volta debellato? E come si rialzerà questa città che da anni si trova in una condizione economica complessa? Domande senza soluzione. Restano il silenzio, il mare che continua a bagnare questa costa meravigliosa, la primavera che avanza e aumenta il senso di straniamento. Il film dell’orrore continua in una specie di scenario postnucleare. La pellicola va avanti. A velocità-zero per le strade, in modo brulicante negli ospedali là dove lavorano – da eroi – quanti fino a qualche settimana fa nella migliore delle ipotesi venivano considerati dall’italiano medio fancazzisti se non incompetenti. E invece la malaSanità sta tenendo in piedi il Paese. Ma questa è un’altra storia. Di matrice politica e non emotiva. Coraggio Livorno, coraggio Italia. 

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